Cael Wolfhart - il leone grigio
| Età | |
Altezza | 190 cm |
Peso | kg |
| Occhi | color tempesta |
Carnagione | |
Capelli | brizzolati |
Statistiche
| Forza | 0 |
Mente | 0 |
Salute | 0 |
| Energia | 0 |
Carisma | 0 |
Mana | 0 |
| Esperienza | 0 |
Allineamento | |
Descrizione
Ha passato la quarantina e ormai gli anni non li conta più.
È alto 1 metro e 90, e non è un'altezza che puoi ignorare. Anche quando è seduto in taverna, curvo su una mappa con il mozzicone stretto tra i denti, la sedia sembra sempre troppo piccola. Spalle larghe e vecchie cicatrici che non mostra mai. Quando si alza, la gente si sposta. Non per paura. Per rispetto.
Ha capelli corti, grigio acciaio, tagliati male, come se li tagliasse lui con un coltello. La barba corta, di tre giorni che sono diventati dieci, brizzolata sempre un po' incolta. Non per trascuratezza è che non ha mai avuto tempo per gli specchi.
Rughe profonde intorno agli occhi da uomo che ha riso troppo forte sotto il sole della Valle Bassa. E poi quegli occhi,
come il cielo prima del temporale. È lì che sta tutto il suo segreto. Ridono. Ridono davvero, scanzonati, pieni di battute sporche e di quella luce divertente che ti fa venire voglia di bere con lui.
Storia
Non sono nato Wolfhart.
Me lo sono guadagnato a sedici anni, durante l'esercitazione.
Un cinghiale aveva caricato un compagno caduto. Uscii dal cerchio e lo coprii con il corpo. Il maestro d'armi disse che avevo cuore di lupo.
Mio fratello rise: "I lupi non esistono. Esistono solo cani che hanno imparato a non abbaiare."
Mio fratello era Aldric. Non di sangue. Di giuramento. Cresciuti nella stessa caserma di pietra. Lui aveva il sangue per la corona, io il pugno per proteggerla.
A vent'anni ero Primo Cavaliere.
A trenta gli misi la corona in testa con le mie mani.
A trentanove gli chiusi gli occhi. Morì di febbre, come un contadino qualunque.
Quando Aldric morì, lasciai la spada sul suo petto e me ne andai. Il mio giuramento era a un uomo, non a una corona.
Presi Mira, che mi aspettava da dieci anni e nostra figlia Liora, e scesi nella Valle Bassa. Comprai una fattoria. Per sette anni non portai armatura.
Arrivarono come un'orda dal Nord, per radere al suolo l'ultima città libera. Tornai sulle mura non per la città, ma perché se cadeva la valle sarebbe bruciata dopo.
Terzo giorno d'assedio pioveva a dirotto. Noi solo 600, loro 4000 alla Porta Bassa. Unica via: il vecchio sistema delle acque. Chiudere le chiuse a sud, aprire le paratie a nord. Il fiume avrebbe allagato la valle in mezz'ora. Affogati loro...e tutto il resto.
Ordinai l'evacuazione sapendo che non c'era tempo per tutti.
Dalla torre vedevo il fumo del mio camino. Se attendevo ancora sarebbero tutti morti e allora ordinai di chiudere.
Fu un boato. In venti minuti la valle divenne un lago marrone.
L'esercito sparì.
Vincemmo e divenni il Leone Grigio.
Non scesi mai a cercare i corpi, presi solo il nastro rosso di Liora, impigliato ad un ramo e lo portai con me.
Sono passati anni. Non ho casa, non ho futuro.
Bevo vino rosso perché Mira lo odiava e diceva che mi rendeva sentimentale.
Guardo mappe perché se guardo il cielo, mi perdo a cercarle.
Non cerco redenzione.
Equipaggiamento |
Privilegi |
Attacchi |
Altro |
Animali / Famigli